Abbattere i limiti per passione: Ilaria Naef, intervistata da Giorgia Garberoglio

Abbattere i limiti per passione: Ilaria Naef, intervistata da Giorgia Garberoglio

Ilaria non vuole le barriere. Non le vuole prima di tutto nella sua testa. E quindi le supera anche fisicamente. Ilaria Naef adesso sta studiando in Germania. Lì è riuscita a realizzare il sogno di fare WCMX, una sorta di freestyle sulle carrozzine. “Qui ci sono le strutture dove allenarsi– dice Ilaria – e soprattutto c’è la testa, in Liguria anche gli skaters sono guardati male. Forse sono stata sfortunata ma il mio primo obiettivo è adesso, oltre ad allenarmi, far conoscere in Italia la possibilità di utilizzo e chance della sedia a rotelle”. E se un gradino può sembrare un limite, si deve cambiare prospettiva e cercare di usarlo per volare: “Avevo paura inizialmente, poi però sono riuscita a fare con la sedia a rotelle cose che mi sembravano impossibili. Per la mia disabilità, che ho da quando sono nata, in realtà non ho neanche troppo il controllo delle braccia e delle mani. L’allenamento e la perseveranza mi hanno però portato ad ottimi risultati. Mi sto allenando per il salto mortale”. Ilaria potrebbe camminare con le stampelle: “Ma non mi ci sono mai trovata. Paradossalmente le stampelle mi impediscono di essere autonoma. Per questo sin da bambina ho chiesto la carrozzina. Sembrava che fosse per pigrizia, e sono stata osteggiata dalla mia famiglia e dai medici, invece era proprio un mio desiderio. Adesso mi rendo conto che è veramente la vita più bella che potessi immaginare, anche nella mia disabilità”. “Sono importanti anche le professioni e le professionalità come quella di Alberto Cavagni – dice Ilaria, riferendosi all’associazione Resilient Disables – che possano accompagnare nel percorso le persone, superando piccoli e grandi ostacoli. Penso al viaggio in Sardegna, all’importanza anche di fare cose assieme. Perché con una persona che sappia come indirizzare, su quali autonomie insistere, passando oltre alla paura o anche ai rifiuti, si cresce e si migliora”.

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Ha coraggio, Ilaria. Coraggio da vendere. Non solo nelle sue acrobazie, ma nel suo volerle fare con la testa, prima che con tutto il corpo. Per abbattere i limiti, riconoscendoli. “Sto per tornare in Italia, il mio periodo di studi è quasi al termine. Il mio desiderio è adesso cercare di parlare con i ragazzi, ma anche gli adulti, nel far capire loro quanto si possa essere liberi anche in sedia a rotelle. E quanto si possa essere eccezionali nel saperlo. Mi piacerebbe andare nelle scuole e far conoscere questo sport, negli Stati Uniti ci sono stati anche i campionati del mondo. E’ affascinante, e si avvicina tanto ai pattini, agli skates e alla bici, certo ci vanno delle strutture ad hoc. E vanno sempre indossate le protezioni, questo vale per tutti gli atleti”. La sua vita è cambiata quando ha accettato i suoi limiti e: “quando ho iniziato a vivere prendendone coscienza, accettandoli e farne un punto di forza”.

La sua unicità.

“Quando penso a quella che ero qualche anno fa, mi rendo conto di aver fatto un sacco di strada, ma non è un percorso che ho fatto da sola, non sarebbe stato possibile. Ci sono riuscita grazie al supporto dei miei amici e di tutti quelli che hanno sempre creduto in me e nella mia passione. Io so quanto questo sport possa cambiare il modo in cui vedi te stesso e il mondo intorno a te, per questo il mio obiettivo principale adesso è quello di riuscire a trasmettere questo messaggio a più persone possibile, perché nessun bambino o adulto veda più la carrozzina come un ostacolo”.

Giorgia Garberoglio scrive per “La Stampa” di canottaggio e libri. Per “Leggo” cura la rubrica “BooKids”. Autrice di “Amalia”, Feltrinelli.

Photo by Dario Bologna per Nikon

Una Storia di Resilienza, cap.6°

Una Storia di Resilienza, cap.6°

Si dice che non sia dato sapere quanto si sia forti finché l’unica possibilità che ci rimane non è quella di tirare fuori gli attributi.

Niente di più vero. Per quanto tu ti arrabbi tocca te e quello è solo il tuo momento. Nessuna scelta, nessuna alternativa. Testa bassa e andare. Nel mio caso ha voluto dire fisiotarapia a manetta.

Però intanto la tua vita è in ‘stand-by’, un fermo immagine del passato e di ciò che sarebbe potuto essere se le cose non fossero andate così.

E man mano migliori, fai dei piccoli passi verso la direzione giusta.

Dopo anni trovi un nuovo equilibrio, un nuovo modo di essere, di relazionarti col mondo sotto una campana di vetro.

Ma c’è il rischio di adattarti troppo bene alla vita che c’è sotto quella campana. La campana sono i limiti che ti sono stati imposti dai medici. Vero ho delle difficoltà che rimarranno a lungo, ma se non penso di poter cambiare, rischio di non essere più capace a vedere anche i più piccoli ostacoli, di cadere in quel fosso che c’è lì davanti a casa. E poi chi mi viene a riprendere?

Voglio portarvi un esempio, l’ultima vacanza che abbiamo fatto in Sardegna con RD è stata tutta improntata al superamento dei nostri limiti, quelli che ci siamo decisi di voler superare. Quindi succedeva che uscissimo al mattino per stare fuori tutto il giorno e che il mio deambulatore rimanesse casa, senza scelta.

Non è che Alberto e Nadia quando pensano che tu possa raggiungere un obiettivo ti lasciano tanto scegliere.

Infatti poi andava sempre tutto bene. Non cadevo e magari il giorno dopo me lo iniziavo a dimenticare io quel deambulatore a casa.

È così che l’ingranaggio fa uno scatto in avanti. Ecco la fiducia che avanza e quando torno a casa magari succede che mi trovo a mangiare un panino e poi al cinema con un’amicacon quell’ausilio chiuso e dimenticato nel portabagagli della mia auto.

Grazie a Resilient Disabled ho scoperto che la riabilitazione me la posso fare da sola, semplicemente riaprendomi alla vita, vivendomela in libertà.

 

 

 

 

Una Storia di Resilienza, cap.5°

Una Storia di Resilienza, cap.5°

La  prima volta che andai in ‘vacanza’ con RD lo feci per un discorso di fiducia verso Alberto (Alberto Cavagni, presidente RD onlus, ndr) e soprattutto nei confronti della dottoressa che lavorava nel centro in cui ero in cura. Fu lei che mi consigliò di andare alla loro presentazione. Ci fu fatto vedere un cortometraggio fatto sull’esperienza realizzata da loro l’anno precedente.

Il video parlava di una vacanza riabilitativa sulla montagna (ogni anno RD documenta i loro progetti con dei piccoli filmati e qui potrete vedere quello che girarono quel primo anno in cui andai).

C’era la possibilità di andare a sciare! Io però non camminavo ancora autonomamente e proprio non avrei saputo cosa rispondere soprattutto ai miei genitori, quando alla fine, in effetti mi chiesero: ” Vai a sciare?! Ma se non stai nemmeno in piedi!”.

Questa volta decisi di non rispondere, di non ascoltarli e partii. E meno male che lo feci!

Le nostre paure possono diventare muri altissimi.

In montagna sciai seduta su una specie di slittino, guidata, da dietro, da un maestro di sci

Quant’era che non ero libera e spensierata! Mi stavo divertendo. Felice per una cosa che stavo facendo.

In questi anni ho continuato a frequentare questi appuntamenti con RD, il secondo anno che sono andata mi fecero sciare in piedi e dal terzo in avanti riuscii a realizzare il mio sogno nel cassetto: lo snowboard! Certo…non ci riesco benissimo, ma ogni anno faccio dei miglioramenti e non solo nello sport. Per esempio quando sono con loro non uso più il deambulatore nemmeno nelle attività  in esterna ed è per questo penso fermamente che RD sia un progetto riabilitativo!

Il panorama certo, era un po’ diverso dal centro di riabilitazione, che comunque continuo a ringraziare e senza il quale non avrei nemmeno conosciuto questa organizzazione.

Era bello anche cadere e sporcarsi! Ridere perché ero finita con gli sci nella neve fresca. Non erano certo situazioni comuni per me.

Quello che maggiormente mi mancava erano le situazioni di convivialità. Con RD le ho ritrovate e co la scusa di andare a sciare, continuano ad insegnarmi molto.

Il mio orizzonte si è allargato. Là fuori c’è un mondo che mi sta aspettando, e sta aspettando anche tante persone che come me qualche anno fa, crede che non ci sia più niente da fare.

Adesso non sono più in cura in alcun centro di riabilitazione, però continuo ad andare via con RD ogni anno.

Perché? È semplice, lo stare con loro, per me, è un’iniezione di fiducia in me stessa, mi aiuta  a non adagiarmi sugli allori e ad accontentarmi dell’equilibrio a cui penso di essere arrivata.

IL MIO MONDO È IN MOVIMENTO.

Una Storia di Resilienza, cap. 3°

Una Storia di Resilienza, cap. 3°

Un’emorragia cerebrale è un versamento di sangue dentro il cranio.

Sono stata in coma, certamente, ma non ricordo quanto: quando mi sono svegliata ero ‘un sacco di patate con gli occhi’, come dico per descrivere com’ero a chi non lo  sa. Ma in quel sacco c’ero sempre io. Ed ecco il macigno da accettare.

La pena più grande però la vedevo negli occhi dei miei genitori e del mio fratello. In quei momenti una famiglia non sa proprio cosa fare. C’è la rianimazione, con quei commenti sul fatto se riuscirai a superare la notte seguente. Immaginatevi gli occhi di un padre e di una madre a sentire quelle parole.

Quando non ero più in pericolo di vita i dottori mi hanno trasferita  in un centro di riabilitazione della mia zona. Attorno a me c’erano soprattutto anziani con gravi malattie. So che potrei essere tacciata di egoismo, ma io avevo solo 27 anni e mi è venuto spesso da fare il confronto con loro.

Io proprio non c’entravo niente in quel posto.

Indescrivibile la rabbia che ho provato. Ci sono anch’io avrei voluto gridare. Ma le parole non uscivano. E la testa che pensa in continuazione: devo uscire fuori di qui.

Dopo 3 mesi in quella triste situazione di tempo che non passa mai, ricordo che avevo tanta voglia di vedere il mio nipotino. A quel tempo aveva 3 anni e mezzo. Ricordo che avevo però anche una paura matta di spaventarlo. Allora non avevo ancora il controllo del tronco e del collo, quindi viaggiavo su di una carrozzina con un vassoio davanti e uno strano aggeggio che mi teneva su la testa. Quella era rasata e una benda nera da pirata su un occhio a completare il quadretto.

I bambini sono sempre capaci di stupire. E così, con mia grande meraviglia, ho potuto rivivere la felicità nel vedere di nuovo quegli occhietti che mi guardavano con la stessa luce di sempre.

Non ha notato nessun cambiamento in me. Ero la solita zia Laura di sempre.

Come ero stata sciocca a preoccuparmi! Le cose iniziavano a ripartire.

Una Storia di Resilienza, cap. 2°

Una Storia di Resilienza, cap. 2°

Ciao sono ancora Laura e nelle prossime settimane cercherò  di raccontare cosa vuol dire, per una persona normale, vivere una situazione come quella capitata a me, quando, nel 2009 mi venne un emorragia cerebrale che sconvolse la mia vita.

A quel tempo pensavo che la mia vita fosse irrimediabilmente finita.

Quante volte una persona in carrozzina ci è passata davanti e abbiamo pensato che a noi una cosa così non capiterà mai!,  ebbene io ci sono finita dal giorno alla notte sulla carrozzina, così, senza preavviso, senza motivo, senza pietà.

Perdere le speranze, vedere la propria famiglia soffrire e tanti amici andarsene, in poche parole, vedere sgretolarsi fra le mani il proprio futuro.

È stata dura e in parte lo è ancora. In queste settimane cercherò di descrivervi nella realtà e senza tanti fronzoli quali sono le difficoltà incontrate da una persona con un problema come il mio nel contesto in cui viviamo. Cercherò di spiegarvi in cosa consista la trafila da passare per una ragazza a cui viene una roba simile,  in cosa consista un percorso riabilitativo in ospedale, e quanto i nostri valori giochino un ruolo cruciale nella ripresa della vita di tutti i giorni.

Soprattutto cercherò di spiegarvi cosa sia Resilient Disabled onlus, cosa in questi anni abbia fatto per me e che cosa continui a fare per tutte le persone con problemi simili al mio.  Vi parlerò di questo approccio così particolare che il più delle volte non sembra neanche terapeutico. E poi non potrò non fare menzione di chi questa cosa l’ha inventata e delle persone che ci lavorano!  Perché questa organizzazione merita davvero di essere descritta a fondo per capire cosa faccia in più rispetto agli altri. Creare persone resilienti non è certo uno scherzetto.

Quindi vi invito a seguirci in questa nuova avventura che andremo a proporvi con l’entusiasmo che contraddistingue RD da sempre.

Con tanto spirito combattivo, Laura.