Una Storia di Resilienza, cap. 3°

Una Storia di Resilienza, cap. 3°

Un’emorragia cerebrale è un versamento di sangue dentro il cranio.

Sono stata in coma, certamente, ma non ricordo quanto: quando mi sono svegliata ero ‘un sacco di patate con gli occhi’, come dico per descrivere com’ero a chi non lo  sa. Ma in quel sacco c’ero sempre io. Ed ecco il macigno da accettare.

La pena più grande però la vedevo negli occhi dei miei genitori e del mio fratello. In quei momenti una famiglia non sa proprio cosa fare. C’è la rianimazione, con quei commenti sul fatto se riuscirai a superare la notte seguente. Immaginatevi gli occhi di un padre e di una madre a sentire quelle parole.

Quando non ero più in pericolo di vita i dottori mi hanno trasferita  in un centro di riabilitazione della mia zona. Attorno a me c’erano soprattutto anziani con gravi malattie. So che potrei essere tacciata di egoismo, ma io avevo solo 27 anni e mi è venuto spesso da fare il confronto con loro.

Io proprio non c’entravo niente in quel posto.

Indescrivibile la rabbia che ho provato. Ci sono anch’io avrei voluto gridare. Ma le parole non uscivano. E la testa che pensa in continuazione: devo uscire fuori di qui.

Dopo 3 mesi in quella triste situazione di tempo che non passa mai, ricordo che avevo tanta voglia di vedere il mio nipotino. A quel tempo aveva 3 anni e mezzo. Ricordo che avevo però anche una paura matta di spaventarlo. Allora non avevo ancora il controllo del tronco e del collo, quindi viaggiavo su di una carrozzina con un vassoio davanti e uno strano aggeggio che mi teneva su la testa. Quella era rasata e una benda nera da pirata su un occhio a completare il quadretto.

I bambini sono sempre capaci di stupire. E così, con mia grande meraviglia, ho potuto rivivere la felicità nel vedere di nuovo quegli occhietti che mi guardavano con la stessa luce di sempre.

Non ha notato nessun cambiamento in me. Ero la solita zia Laura di sempre.

Come ero stata sciocca a preoccuparmi! Le cose iniziavano a ripartire.

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