Una Storia di Resilienza, cap.4°

Una Storia di Resilienza, cap.4°

img_2150Un centro riabilitativo è una specie di ospedale nel quale stai anche per parecchi mesi. Consiste in una serie di attività terapeutiche che mirano a monitorare le funzioni cognitive e neuromotorie. Oggi io ho grosse difficoltà nella manualità fine come scrivere a mano. Inoltre faccio fatica stare in equilibrio. Mi muovo aiutandomi con un deambulatore, ma sto facendo di tutto per aumentare i momenti nei quali non lo uso.

Per altri un problema come questo significa non vedere più come prima, faticare a parlare e a gestire il proprio corpo nello spazio o diventare emiplegici, ossia avere una parte del loro corpo immobile, esito che spesso porta le persone alla carrozzina elettrica.

In questi centri si fa fisioterapia, psicomotricità, terapia occupazionale, neuropsicologia, ortottica  e altre attività più trasversali come l’ortoterapia o l’arte-terapia. Diciamo che loro funzione è quella di stimolare al massimo la ripresa delle tue facoltà mentali e fisiche.

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Per ciò che mi riguarda, la giornata era scandita da tutte quelle terapie. Non proprio una passeggiata se pensiamo che tutta questa trafila è durata quasi un anno e mi ha portato a due ricoveri: uno a Livorno e uno a Fontanellato, nella provincia di Parma.

Dopo sei mesi di ricovero sono passata al  day-hospital. Vuol dire che vai al centro la mattina e alla sera torni a casa. Tornare a casa al pomeriggio,  obbliga a scontrarsi per la prima volta con quelli che sono i propri problemi senza avere uno stuolo di persone sempre lì pronte a sorreggerti.

Si fa terapia in ospedale e si torna a casa. Così, in continuazione.

Vivere una condizione del genere è come seguire un programma di reinserimento sociale per carcerati. Da ricoverata mi sentivo agli arresti domiciliari  e in day-hospital come in un regime di semi-libertà. Ok, ma io che crimine avevo commesso che potesse giustificare la mancanza di quella libertà?

Le persone con cerebrolesione acquisita perdono la propria libertà a causa di una malattia. Bisognerebbe rifletterci un attimo su questa cosa. Fermarsi e rifletterci su.

Le terapie sono importanti, ma poi c’è da tornare a casa e spesso a questo non si pensa, che la vita è qualcosa di più complesso che fare delle terapie.

La vita  con tutte le sue contraddizioni, stava iniziando a presentare il conto. E io non avevo voglia di pagarlo. Non così salato.

Così, alla fine del percorso ospedaliero, il mio neurologo ha incominciato a parlarmi delle attività che l’educatore della struttura faceva per i pazienti del centro attraverso la sua organizzazione.

Resilient Disabled onlus, così si chiamava. Ricordo che mi fecero vedere un loro video su un viaggio in montagna in cui si andava tutti insieme a fare una settimana bianca. La dottoressa mi disse che sarebbe potuta essere un’esperienza stimolante e arricchente, che mi avrebbe permesso di misurarmi con le difficoltà facendo qualcosa di divertente e rilassante. Così ho conosciuto RD, quasi cinque anni sono passati.

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